Andiamo con ordine

Sy Barrett 1Certo “andare con ordine”, in un post dedicato a Syd Barrett, può suonare un po’ strano. Ma se vogliamo parlare dei Pink Floyd, come accadrà la prossima settimana, bisogna prima parlare di lui.

Articoli usciti di recente si impegnano a dare una diagnosi definitiva a quello che ha colpito e minato la vita di questo artista capace, non solo di suonare svariati strumenti, ma di saperli utilizzare al massimo per raccontare ciò che lui era capace di osservare di questo mondo, almeno per un certo periodo. Fino a che la malattia, unita al suo stile di vita piuttosto sconquassato dall’uso di droghe e psicofarmaci, ha compromesso quel percorso che lo avrebbe portato al successo planetario che i Pink Floyd hanno conquistato. Mi sento in dovere di ampliare un momento questo punto: stiamo parlando di artisti che sono ad un livello superiore. Non sto incensando e non sto dicendo banalità. Semplicemente il loro messaggio, le loro emozioni, rispecchiano ciò che hanno ottenuto e davvero, nel loro caso, intendo sia di Barrett, che dei Pink Floyd, se non fossero arrivati all’umanità intera ci saremmo persi qualcosa. Non solo, ma Barrett nello specifico, ha influenzato i maggiori musicisti presenti ancora oggi sulla scena: David Bowie, Paul McCartney, Brian Eno e i Blur, tra gli altri. Quindi non furono solo i Pink Floyd a tenerlo ben stretto vicino al cuore, impregnando la loro musica di tematiche sulla malattia mentale. Tradussero benissimo il turbine di emozioni che li legavano a Syd in Shine on you crazy diamond. Sono famosissimi i versi che cito di seguito: remember when you were young/ you shone like the sun /shine on you crazy diamond /now there’s a look in your eyes / like black holes in the sky. (Ricordi quando eri giovane / splendevi come il sole / tu continua a splendere diamante pazzo / adesso il tuo sguardo / ricorda buchi neri nel cielo). Insomma, che quando la gente ha cervello, sensibilità e le usa per muoversi nel mondo, succede che l’essere umano non fa così schifo.

La storia di Syd Barrett non ci racconta del coraggio, credo sia più un discorso proprio che riguarda Syd. Syd era così e non poteva essere altrimenti. Probabilmente non si rendeva conto o forse sì. Ad ogni modo, quello era il comportamento e a noi non resta che trovarci un appiglio. Capire se ci và di seguirlo nella sua logica e riconoscere che forse ce n’è o non ce n’è affatto, oppure semplicemente dire che era uno strano, un matto, un malato. Tutto è relativo, insomma. D’altra parte ci beiamo del più presuntuoso e banale luogo comune: un pazzo è geniale. Ma che cavolo, un matto sarà anche geniale tanto quanto può essere estremamente stupido, come tutti gli esseri umani. Quando ho a che fare con una persona di un qualsiasi tipo, la domanda, o meglio il dubbio che mi assale è il seguente: sono io che non capisco? Non avendo mai parlato, purtroppo, con Syd Barrett, mi limito a lasciarmi travolgere dalle emozioni e mi ritrovo davvero vicina a lui.

A questo punto, potrei cominciare a raccontare tutto il trambusto e gli episodi abbastanza tristi che hanno Syd Barrett 2determinato la sua dipartita dai Pink Floyd alla fine degli anni ‘60. Ma, preferisco limitarmi a dire che tra il gruppo e Syd non si scatenò una guerra, anzi, Gilmour partecipò e produsse The Madcoup Laughs e il successivo Barret .

Quando Syd Barrett si presentò nel 1975 agli studi di Abbey Road non fu riconosciuto subito. Era ingrassato vistosamente e girovagava con aria assente. Quando lo riconobbero fu condotto in studio dove si stava registrando Shine on you crazy diamond, definita da Syd come “un po’ datata”. Il commiato avvenne in modo triste e tra le lacrime dei membri della band per le condizioni in cui versava.

Negli anni, in Syd era maturata una sorta di frustrazione. Nonostante il successo di Madcup, non riteneva di essere riuscito a comunicare ciò che gli frullava dentro. Nemmeno nel successivo album Barrett. Dischi che si possono annoverare tra capolavori assoluti, non riuscivano a trasmettere ciò che lui sentiva, vedeva, ma solo quello che lui definiva l’eco di ciò che era il suo mondo, di ciò che era Syd. Un’eco che però è giunta sino a noi e ancora continua a risuonare. Sicuramente questa situazione è stata per lui devastante. La malattia, di qualunque genere, rende difficile la vita, perché ci si può accorgere di quanto ti lascia ai margini delle cose. C’è sempre quel ma, che certamente può essere esorcizzato, ma non in una personalità come quella di Syd, o meglio, di quello che traspare della personalità di Syd. Lui viveva per dire qualcosa e a un certo punto non c’è più riuscito. Penso quindi che ridurre la figura di Syd come il componente mancato dei Pink Floyd sia estremamente riduttivo e ingiusto. Lui i Pink Floyd li ha fondati durante il college, lui ha indicato il cammino e l’unico rammarico che si può avere è di non saperne abbastanza per parlare di lui. Si sa che a un certo punto ha lasciato la musica, che ha sofferto molto per la separazione dalla sua creatura, che si è dedicato alla pittura con un certo successo, rimanendo però defilato in quel di Cambridge, sua città d’origine, in casa con la madre e che è deceduto nel 2006, ricordato a più riprese dai Pink Floyd. Quando ascolto Syd Barret mi viene solo una gran voglia di abbracciarlo. Ma mica perché mi fa pena o perché penso alle sue disgrazie. Mi viene voglia di abbracciarlo perché è una corrente elettrica che arriva per scuoterti e al tempo stesso darti calore. Lo abbraccerei per ingraziarlo. E sarebbe perciò giusto che la frustrazione non ci accompagni nell’ascolto di una produzione musicale coloratissima, psichedelica, originale e preziosissima. Per me, molto bella. Perché Syd Barrett doveva essere anche molto divertente: alla domanda sull’origine del nome Pink Floyd, rispose che gliel’avevano suggerito gli alieni. Non era matto, non era una risposta geniale: forse era solo poco interessante la domanda rispetto a quello che ci stava mostrando.



Giovanna Cardillo

Giovanna Cardillo

Sono Giovanna. Da anni m’interesso di musica, che scrivo e soprattutto ascolto. Ho esperienza come musicista nel teatro terapeutico e ho studiato Culture e Tecniche della Moda. Mi innamoro di tutti i gatti che vedo e ho sposato appieno la loro filosofia di vita. Anzi, tutte le loro sette vite!

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