Il giradischi

Pink Floyd 1La scorsa settimana abbiamo introdotto l’articolo su questa band dal successo planetario, parlando di Syd Barrett. La storia di un’amicizia che a un certo punto ha montato un silenziatore alla pistola senza mai neppure aver sparato il colpo. Insomma, una collaborazione finita per cause di forza maggiore.

Ma fu proprio dopo quell’abbandono che il gruppo si ritrovò a bucare il muro del successo e a sfondarlo, con album indimenticabili e un film che, se non l’avete visto, vi consiglierei vivamente di vedere: The Wall.

Il mio rapporto coi Pink Floyd nasce quando ero una piccola frugoletta che si divertiva a girare per casa, stando accovacciata dentro al coperchio del giradischi Philips 417 dei miei genitori, ancora funzionante e pezzo forte del nostro salotto (con annessi altoparlanti). Così piccola, non mi accingevo ad ascoltare vinili della collezione come The Beatles 1962-1966 e The Beatles 1967-1970, Fabrizio De Andrè, Rimmel di De Gregori e Segovia, per scelta. Ci pensavano loro a scegliere per me. E io battevo le mani e ridevo, cercando di stare in piedi. In tutto questo, riducevo a una cartina geografica quella povera scatola di plastica, che probabilmente ebbe il merito di consegnarmi alla musica, prima d’incantarmi come una salama davanti alla televisione a guardare i cartoni animati. Sempre nella scatola, sempre con la salopette. Ma la copertina che da sempre ho osservato con maggiore curiosità è quella di The Dark Side of The Moon, dei Pink Floyd, anno 1973. Da bambina mi incuriosivano le linee colorate su sfondo nero che mi divertivo a ricalcare con la carta da lucido, senza ovviamente sapere che rappresentava la dispersione di luce attraverso il prisma. Un po’ più grandicella ho incominciato, invece, a farmi una domanda: come cavolo c’è finito un disco dei Pink Floyd in casa mia? Non mi risulta che nessuno ascoltasse musica così sperimentale, sebbene mio padre fosse uno sperimentatore in ambito artistico. La risposta non ce l’ho ancora, perché quando chiedo è sempre la stessa: boh? E chi si ricorda?

Così, al suono di un “boh, e chi si ricorda?” mi ritrovo ad avere in eredità un vinile che fa leccare i baffi (e mio fratello può dire quello che vuole, ma quel vinile è mio!).

Un giradischi in casa ti migliora decisamente l’umore, come trovare, mentre fai zapping in tardissima serata, un documentario sui Pink Floyd. Devo dire la verità: ho comprato la raccolta dei maggiori successi, quando è uscita. Credo, anzi, di averla prenotata. Ma lo spirito era forse più del tipo “non può mancare, devo ascoltarla”. Non l’ho mai ascoltata veramente. Fino al giorno seguente di quella serata pigramente tirata a tardi sul divano, da sola, facendo considerazioni sull’insulsaggine che gira nel mio cervello, a volte, e comprendendo, invece, quanta attenzione meritino band come questa. Quindi, perché i programmi più interessanti li fanno sempre così tardi?

I Pink Floyd hanno avuto il merito di iniziare in Gran Bretagna il fenomeno del rock psichedelico, organizzando i primi light show, dove veniva coinvolto il pubblico con la proiezione di immagini e luci psichedeliche. Questo tipo di approccio influenzò molto lo stile compositivo della band. Ma nella seconda era, quella che vede protagonisti Roger Waters al basso e voce, David Gilmour alle chitarre e voce, Richard Wright alle tastiere e voce, e il co-fondatore Nick Mason alla batteria, uniscono le loro peculiarità in un genere progressive. Comincia così la lunga carriera del gruppo partito con la pubblicazione di See Emily play nella prima era, ma dobbiamo tener conto che sono quattro personalità molto forti e tutte con qualcosa da dire di molto importante. Roger Waters in particolare, incentra la sua produzione su argomenti molto tosti come l’alienazione (sicuramente ispirata all’esperienza con Barrett), i traumi psicologici dovuti a una società individualista ed egocentrica, la violenza della Seconda Guerra Mondiale contrassegnata dalla morte del padre e un’aspra critica nei confronti dell’industria discografica, secondo Waters concausa anche del tracollo di Syd. Tutti argomenti che saranno le fondamenta dell’epocale progetto The Wall. Che naturalmente non è l’unica opera fondamentale. No, in pratica lo sono tutte. E’ anche vero che l’abbandono di Roger Waters della band, non stupì gli altri: la sua personalità è incontenibile, al passo con la sua creatività e, forse, venne vissuta più come una liberazione.

Pink Floyd 2

Come si vede, è anche impossibile non citare Syd Barrett ad ogni passo della carriera dei Pink Floyd e per questo è stato necessario cominciare da lui. Naturalmente la discografia del gruppo non vede in esso il lead motive, in effetti, hanno composto pezzi che sono più che dei classici della musica. Molte produzioni che oggi circolano per radio nascono dal loro impulso e purtroppo, raramente, raggiungono apici di qualità.

Sono state scritte milioni di pagine sui Pink Floyd da gente molto più preparata di me. Perciò evito di addentrarmi in analisi troppo dettagliate di questa band che si mormora possa tornare con un album. Sono voci che circolano dal 2014, dopo che nel 2006 se ne era dichiarato lo scioglimento definitivo, reso ancora più reale dalla morte di Richard Wright nel 2008. In quell’occasione David Gilmour, nel ricordarlo, parlerà di una “telepatia musicale” che sentiva esistente tra i due. Credo che parole più giuste non si possano trovare. E’ tutta una storia fatta di partenze, ritorni, scosse elettriche, tensioni, amore e tanta umanità. Nel bene e nel male. La loro produzione mi ricorda un calcio partito senza avere avuto il pieno controllo della sua portata.

Anche il nostro rapporto è stato così. Fatto di allontanamenti e ritorni, a volte mi dico davvero che dovrei ascoltarli di più. Da bambina erano quelli che erano venuti a Venezia a suonare nel Bacino di San Marco e avevano raccolto così tante persone che la città non aveva retto all’onda d’urto. Erano quelli che da piccola non capivo perché avessero messo un arcobaleno in copertina. Adesso sono quelli che ogni volta che ci penso o li ascolto, più che certezze, mi sorgono domande da fare e da farmi.

Insomma, dovrei ascoltarli un po’ di più.



Giovanna Cardillo

Giovanna Cardillo

Sono Giovanna. Da anni m’interesso di musica, che scrivo e soprattutto ascolto. Ho esperienza come musicista nel teatro terapeutico e ho studiato Culture e Tecniche della Moda. Mi innamoro di tutti i gatti che vedo e ho sposato appieno la loro filosofia di vita. Anzi, tutte le loro sette vite!

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