Kamp: il racconto alternativo di un orrore

Durante la recente programmazione televisiva sul Giorno della Memoria, mi sono imbattuta in un documentario che raccontava di uno spettacolo davvero particolare, che da subito ha catturato la mia attenzione.
Ho scoperto così Kamp, un originale esempio della moltitudine di diversi linguaggi con cui il teatro può dialogare con il pubblico, la sua capacità di comunicare anche senza parole, persino in questo caso senza attori, attraverso la forza di un’idea e di un mezzo alternativo con cui metterla in scena e darle vita.
Kamp è stato creato nel 2005 da Herman Helle, Pauline Kalker e Arlene Hooverg, del gruppo teatrale olandese Hotel Modern. Da allora, per un decennio, lo spettacolo ha viaggiato per il mondo, attraversando 19 Paesi e 49 città, dall’America al Giappone, sino in Australia e giungendo anche in Italia.
Tutto ruota attorno ad un grande plastico, sul palcoscenico, che ricrea il campo di concentramento più tristemente noto, Auschwitz, in tutti i dettagli. A popolarlo circa tremila pupazzetti di soli otto centimetri, che i tre artisti di Hotel Modern muovono addentrandosi tra baracche, binari e filo spinato, come giganti alieni a sovrastare quel piccolo mondo agghiacciante.
Raccontano tutto, l’arrivo sui treni stipati come carri bestiame, i lavori massacranti, la violenza, le camere a gas, i forni crematori. E grazie alle microcamere con cui riprendono le scene, proiettandole su uno schermo, il pubblico si ritrova a rimpicciolire, ad assumere il punto di vista di quei minuscoli pupazzi. Descriverlo a parole non rende quanto vederlo, ma davvero si ha la sensazione di essere stati risucchiati in quel plastico, come in un film dell’orrore.
E l’orrore è vero, tangibile. L’uso di questi pupazzi rende tutto paradossalmente reale. Hanno il volto appena accennato, somigliano un po’ all’Urlo di Munch (anche se i creatori affermano che la somiglianza non è stata voluta) e questo in qualche modo da’ loro una sconcertante angosciosa umanità. Un’umanità privata dell’espressivita’ individuale, ciò che davvero accadeva ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento. Ciò che accade tuttora, laddove esiste persecuzione e tortura. Perché Kamp è dedicato ad Auschwitz ma potrebbe parlare ugualmente di molti luoghi e di molte epoche. La brutalità dello sterminio purtroppo resta sempre la stessa.
Tale brutalità è resa con estrema efficacia anche per via dell’assenza di dialoghi: solo i rumori del campo accompagnano la visione, quelli dei picconi nella ghiaia, dei sospiri della fatica, il crepitare del filo spinato elettrificato, ecc. Alcuni suoni sono amplificati all’estremo: un pupazzo caduto a terra viene massacrato e finito a colpi di badile da una guardia, i colpi rimbombano, sembrano metallo su metallo. Implacabili.
Non c’è sangue, come potrebbe esserci in un film, niente grida, eppure i colpi così forti su quel pupazzetto arrivano dritti al cervello e al cuore. Ci si ritrova a dire “basta, per favore”.
Il suono più impressionante?
A me è parso quello delle rondini. Lì a ricordarmi che su quel luogo di morte e sofferenza volavano gli uccelli. Il suono della libertà impossibile. Di sogni che volavano lontano.
Così come il suono del respiro dei pupazzi addormentati nella baracca, che chiude lo spettacolo: respiri che raccontano incubi. Incubi da cui non ci poteva svegliare, perché il risveglio stesso portava un incubo peggiore.
Un’ora non facile, quindi, quella che offre Kamp, ma sicuramente un’esperienza sensoriale ed emotiva unica e potente.
La magia del teatro sta anche nella ricerca di nuovi linguaggi, sempre però con il medesimo scopo: arrivare al cuore, diffondere uno scambio di emozione.
Kamp ci riesce. E non si scorda.



Franca Bersanetti Bucci

Sono Franca, vivo in provincia di Ferrara e sono appassionata d’arte in generale, ma in particolar modo di teatro. Scrivo racconti, poesie e articoli su giornali online e siti internet.

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