Clôture de l’amour : la morte (estenuante) di un amore

Clôture de l'amour
Oriana Fallaci scriveva che la morte di un amore è come la morte di una persona amata. Lascia lo stesso vuoto e lo stesso rifiuto di rassegnarsi, anche quando si tratta di una fine desiderata o voluta. Determina sempre una mutilazione.
Ed è ciò che racconta l’autore e regista Pascal Rambert in Clôture de l’amour, vincitore in Francia di vari premi e dal 2011 impegnato in un tour internazionale, tradotto in nove lingue. La versione italiana (con l’efficace traduzione di Bruna Filippi) è stata prodotta da Emilia Romagna Teatro. Io mi ci sono imbattuta per caso una domenica pomeriggio su Rai 5 e sono rimasta a guardare sino alla fine, quasi mio malgrado.
Due soli personaggi, con i nomi dei loro interpreti, Luca Lazzareschi e Anna Della Rosa. Una grande stanza bianca, si direbbe una sala prove. Perché Luca e Anna, che ci entrano senza parlarsi, sono artisti. Forse un regista e un’attrice, oppure un coreografo e una ballerina, comunque colleghi. E anche una coppia, con tre figli. Una coppia che sta morendo.
Comincia a dirlo Luca. Il suo è un monologo lungo un’ora, in cui non risparmia nulla alla sua compagna, con crudele lucidità. Parla del loro amore come di un mausoleo, di una finzione in cui si sente prigioniero, di uno scontro alla baionetta. Parla di ossa e di sangue. Vuole finirla e vuole che Anna lo capisca bene.
Pochi minuti di tregua, forniti da un gruppo di bambini che chiede la sala per provare una canzone. L’equivalente di un intervallo, per gli attori, per gli spettatori, per la mente. Poi tocca ad Anna.
Un altro monologo di un’ora. La sua replica si contrappone viscerale e instintiva. Ancora innamorata, rabbiosa, delusa, non esita a insultare, a smontare tutto ciò che lui ha detto, lei che lo lascia andare, se proprio vuole, ma non può sentir parlare di finzione e vuole tenersi i ricordi. Niente di materiale, ma i ricordi di certi piccoli singoli dettagli del loro tempo insieme. Di Anna anche la lapidaria frase di chiusura, che cita proprio parole di Luca, pescate da uno di quei ricordi che le restano, di una lontana conversazione davanti ad un quadro: «È finita. Spero che tu abbia una vita interiore».
Si affrontano così, ai lati opposti della sala prove, in un non-dialogo impossibile, perché nessuno di noi, nella vita vera, resterebbe ad ascoltare un’altra persona per un’ora senza mai intervenire. Loro lo fanno, rispondendo solo col corpo e con le espressioni al lungo sfogo dell’altro. Poi tutto finisce e ognuno dei due prende un copricapo tribale e lo indossa.
Una conclusione criptica. Secondo il regista l’interpretazione è libera, le ipotesi multiple: molto concretamente dopo aver discusso i due si mettono a lavorare e i copricapi fanno parte di una scena o di una coreografia che devono provare? Oppure quei copricapi di piume simboleggiano metaforicamente la guerra in atto tra due ex amanti che si lasciano? O ancora la sala era una dimensione esclusivamente mentale, in cui i due hanno solo messo in scena una prova generale di ciò che intendono dirsi e adesso si affronteranno nella realtà?
Tutto può essere.
Di certo alla fine ci si sente esausti, improvvisamente liberi da una lunga seduta di ipnosi. Perché i monologhi sono un fiume in piena di parole, che Lazzareschi e Della Rosa governano e plasmano come materia fluida, come musica in prosa. Ci si incanta ad ascoltarli, si viene portati via dal flusso ininterrotto delle frasi.
Vale la pena di vederlo soprattutto proprio per le loro performance. Impressiona la mole di testo che devono ricordare ed interpretare, la tensione emotiva, mentale e fisica che devono sostenere per due ore senza fiato. Davvero due grandi prove.
E indubbiamente lo spettacolo rende davvero l’idea, con perfetta dolorosa precisione, di quanto possa essere violenta, lacerante, spietata la morte di un amore.

Anna: «Si crede che l’immaginazione sia infinita. L’immaginazione non è infinita. È limitata a quello che si vuole».

 

Franca Bersanetti Bucci

Franca Bersanetti Bucci

Sono Franca, vivo in provincia di Ferrara e sono appassionata d’arte in generale, ma in particolar modo di teatro. Scrivo racconti, poesie e articoli su giornali online e siti internet.

Un Commento

  1. Molto interessante, la scelta del doppio monologo così lungo è rischiosa. Loro devono essere molto bravi e certamente il testo non deve essere banale. Subire invettive stando in silenzio può essere sia gesto di rabbia repressa che di perdono. Dipende dalla volontà dei due. Inqquesto caso una fine annunciata, ma chissà se avessero parlato occhi finali di perdono come sarebbe finita, forse una fine meno dolorosa? Un inizio senza ferite che certamente compromettono le relazioni future?

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