Fame- Saranno Famosi: uno spettacolo che merita di essere visto

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«Se uno spettacolo ti offre la possibilità di infrangere la quarta parete senza che si perda la sensazione di rapimento donata dal teatro, allora è uno spettacolo che merita di essere visto».
Per spiegare queste parole nel loro giusto contesto devo fare una premessa: una delle caratteristiche più interessanti di
Fame- Il musical, in scena attualmente al Barclay’s Teatro Nazionale di Milano, è la cosiddetta stage experience, ovvero l’opportunità per dieci spettatori di sedere sul palco, in una full immersion all’interno dell’allestimento stesso. Forse un’idea ancora da perfezionare (lo spettacolo ha comunque per lo più un’impostazione scenica classica, in genere rivolta alla platea) ma senza dubbio innovativa e che lascia il segno in chi vive Fame da questo privilegiato punto di vista.
La frase di apertura mi è stata infatti detta da una spettatrice presente sul palco lo scorso 12 aprile e che gentilmente ha accettato di raccontarmi la sua esperienza.
«Le mie sensazioni sono state quelle che ero andata a cercare. Mi sono sentita anche io un’allieva di quella scuola, senza preoccuparmi però di voler diventare un giorno famosa».
Quella scuola… già. La mitica High School of Performing Arts di New York. La scuola che la maggior parte di coloro che sono stati ragazzini negli anni Ottanta conosce bene. La scuola dove per inseguire la fama
si iniziava a pagare con il sudore, come sottolineava nella intro di ogni episodio della serie tv l’indimenticabile Lydia Grant (al secolo Debbie Allen).
Nello spettacolo diretto da
Federico Bellone, i personaggi non sono quelli del film o del telefilm, eppure in essi si possono ritrovare vari particolari con il sapore di citazioni. In qualche modo li si riconosce comunque e si scivola facilmente di nuovo in quella mai dimenticata atmosfera. Quegli anni Ottanta in cui, vuoi perché la nostra vita doveva ancora davvero cominciare, sembrava sempre estate, anche in inverno.
Ed ecco quindi rivivere la stessa energia, i colori tutti un po’ rubati agli evidenziatori, gli ostacoli, i sogni, i momenti scatenati a cantare e ballare in mensa, le amicizie e gli amori, tali e quali come nei film di John Hughes (qualcuno ricorda Sixteen Candles o Breakfast Club?).
Perfette in questo senso le coreografie di
Gail Richardson, piene di ritmo, fresche, vivaci e coinvolgenti. E personalmente ho apprezzato anche le scenografie, essenziali, minime, eppure in grado di ricreare velocemente e con pochi elementi gestibili dal cast stesso aule differenti e luoghi esterni alla scuola. Una messa in scena semplice e molto teatrale, nel senso buono del termine. Forse, poi, semplice solo in apparenza.
«
Ho capito quanto sia davvero complesso il lavoro degli artisti che devono mantenere la concentrazione ma nello stesso tempo devono portare dentro e fuori dalla scena parti di scenografia, collocandole in posti precisi», mi ha spiegato la spettatrice che ho intervistato. «Il palco è tappezzato di piccoli segnali per indicare la posizione di cose e persone ma per me era come un quadro privo di senso. Alcuni segnali si accavallano o sono tanto vicini da sembrare uno, eppure gli artisti sanno benissimo quale corrisponde al momento, quale coprire e perché».
Ha chiarito poi che, nonostante fosse così vicina ai “trucchi” dietro l’illusione, la magia è stata comunque per lei più forte della sua curiosità.
E di momenti di magia in
Fame ce ne sono vari, uno specialmente, dove il magico scaturisce da un cappello a cilindro e da un gioco di ombre, da tante stelline d’argento soffiate ad impigliarsi nei capelli e nei sogni. Sino al finale, con l’ingresso in scena del classico taxi giallo di New York, a rappresentare un momento iconico del film di trentacinque anni fa. E a far agitare tutti noi sulle poltrone, come ragazzini sgraziati ancora una volta davanti alla tv prima dei compiti.


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Affiatato e pieno di vero entusiasmo il cast, formato in gran parte da ex allievi della SDM, la Scuola del Musical di Milano. Tra loro, uno dei più noti e rappresentativi, nel ruolo dell’aspirante attore Nick, è Luca Giacomelli Ferrarini, come sempre impeccabile nella resa del personaggio. In questo caso poi ha anche la possibilità di dimostrare le sue doti di ballerino e di addentrarsi nei meccanismi della commedia romantica.
Brava
Eleonora Facchini, capace di conferire trasporto e tenerezza alla sua Serena, la ragazza innamorata di Nick. Divertenti Michelle Perera e Renato Tognocchi, rispettivamente nei ruoli della ballerina sovrappeso Mabel e del debordante José Vegas, formidabile voce e presenza lei, senza freni lui.
Piaciuta molto anche
Emanuela Puleo, nel ruolo di Carmen, il personaggio a cui tocca rappresentare il lato oscuro dell’ambizione e l’infrangersi dei sogni. A lei, nonostante o forse proprio per questo, è affidata la mitica Fame, l’unico brano non tradotto in italiano (ma nel momento del ballo scolastico mi sono accorta dell’accenno in sottofondo di I sing the body electric, tratta dalla colonna sonora del film). Doveroso citare Caterina Sampietro, che – la sera in cui ho visto lo spettacolo per la seconda volta- ha sostituito all’ultimo momento la Puleo, fornendo davvero un’ottima prova.
Da ricordare anche tutti gli altri allievi, da
Marta Melchiorre, a Roberto Tarsi, da Natascia Fonzetti a Rajabu Rashidi (il più incerto nella recitazione ma ottimo nella danza) e tutto l’ensemble.
E poi
Francesca Taverni, sempre di gran classe, con una potenza vocale peculiare ed elegante. Qui è la vicepreside Sherman, che guida il gruppo di interpreti degli insegnanti, formato da Simona Samarelli, Donato Altomare e Gipeto (un peccato che il suo Mr. Sheirkopf si veda troppo poco).


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Un cast che vince la sfida di ricreare un’epoca, un modo di sognare che apparteneva a quel periodo carico di aspettative forse ingenue ma genuine. Sensazione confermatami da Assia, che ringrazio per aver condiviso con me e con voi la sua stage experience.
«Non solo lo spettacolo mi ha riportata agli anni in cui guardavo il telefilm, ma mi ha fatto anche sentire la forza che tutti sentivamo allora, una forza non tanto di essere famosi, ma la forza dell’”io posso”. E ogni tanto ricordare che si può è necessario e catartico».
Così come ricordarsi di volere magia.
Desideratene e cercatene sempre, ad ogni età, lungo ogni percorso.
Ed ovviamente andate a vedere Fame!! Sul palco o in platea non importa, ma vedetelo! I ragazzi in cerca di fama vi aspettano a Milano, al Teatro Nazionale, sino al 1 maggio 2016!

(Foto tratte dal profilo Instagram ufficiale dello spettacolo.)

 

Franca Bersanetti Bucci

Sono Franca, vivo in provincia di Ferrara e sono appassionata d’arte in generale, ma in particolar modo di teatro. Scrivo racconti, poesie e articoli su giornali online e siti internet.

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