L’albergo del demonio

Veduta di Passo Cento Croci

Veduta di Passo Cento Croci

Cominciamo questa neonata rubrica dell’assurdo (e perciò paradossalmente autentico) con una storia da farvi rizzare i capelli e farvi perdere (ne saremmo onorati) pure qualche ora di sonno. Quanti incubi si svelano appena varcata la soglia di casa? (A volte anche dentro casa, ma di questo parleremo un’altra volta). Quante antiche maledizioni sono accatastate come legna da ardere sulla memoria della nostra assolata e benevola penisola? Sciocchezze, fandonie, dicono le menti dei lettori più razionali, difficili da impressionare, presi, come sono, dagli incubi ben diversi della finanza globale e della crisi occupazionale. Ma fermatevi un attimo e, se vi capita, fatevi un giro sull’Appennino modenese, sparatevi una bella smacchinata dalle parti del monte Cimone, dove ci sono villaggi con nomi da saga fantasy, come Querciagrossa, Lama Mocogno, Riolunato. Inerpicatevi lungo lo stradello che dall’antica via Vandelli (oggi SS12) sale su fino ad una chiesetta votiva, che reca una lapide con cento croci. Fatevi raccontare dagli anziani di Serpiano o di Sestola o di Fanano del Passo delle Cento croci, di quella atroce barbarie accaduta molti anni or sono, ma ancora vivida e presente anche se un po’ ingiallita dal tempo. Qualcuno vi dirà che tutte quelle anime massacrate ancora vegliano sul Passo, tra i silenzi dei viottoli innevati. Allora può darsi che qualche brivido lo avverta anche la spina dorsale del più scettico tra i nostri lettori.

Passo Cento croci, Comune di Riolunato, Modena

Passo Cento croci, Comune di Riolunato, Modena

C’è qualcuno o qualcosa nel bosco

Il fatto è che l’odore nauseabondo di putrefazione scende dal crinale della montagna e si diffonde per tutto il paese di luci spente come un presepe in disuso. Impossibile non sentirlo soprattutto questa notte in cui il vento imbizzarrito spazza via la neve assieme agli ululati dei lupi, ai rumori striscianti delle bestie notturne nei boschi placidi intorno al monte Cimone. Una finestra si accende in una casa di mattoni e calcinacci. È impossibile dormire ora che al rumore della bufera si è aggiunto l’abbaiare forsennato dei cani nel cortile. C’è qualcuno o qualcosa nel bosco. Alla luce di quella finestra rispondono altre luci. Fino a che tutti i contadini del rione, e anche qualcuno dalle cascine solitarie, si riuniscono nel fienile proprio ai piedi dell’erta, dove il sentiero si arrampica ripido tra i tronchi dritti dei faggi e delle querce che bucano la coltre morbida e bianca di neve. Il buio denso e impenetrabile ora è rischiarato dalle fiaccole degli uomini intabarrati in grossi scialli e mantelli. Qualcosa disturba i cani, sicuramente un predatore notturno. Bisogna agire.

Era la notte del 15 gennaio dell’anno del Signore 17… . Quello che i contadini di Serpiano scoprirono non solo cambiò la loro vita (cosa che ci interesserebbe assai poco), ma si impresse a fuoco nella memoria della gente dell’Appennino.

Scomparso

Una piccola costruzione illuminata in mezzo ai boschi bui, lungo la strada che dal pistoiese porta alle ricche coste liguri. Quando il mercante toscano vide l’ostello rese grazie a Dio di averlo salvato da quella notte di bufera, dai lupi e dal buio bianco della montagna. Scese da cavallo e andò subito a bussare alla porta dell’alberghetto, che aveva tutta l’aria di un luogo ordinato e ospitale dedicato ai frati e ai commercianti di passaggio. Il mercante toccò la bisaccia piena di monete che portava alla cintura per assicurarsi di non aver perso niente. Una donna gli aprì la porta e rimase a fissarlo. C’era qualcosa di strano in lei, subito al di là del suo grembiule da nonnina premurosa e del suo aspetto florido e rassicurante, qualcosa di selvaggio albergava nei suoi occhi animati da una luce nera. L’avventore infreddolito entrò in quell’antro caldo. La donna chiuse la porta alle sue spalle. Del mercante non si seppe più nulla, né alle fiere mercantili sulle luminose coste occidentali, né tra le dolci colline dell’entroterra toscano. Di lui si persero le tracce per sempre.

Il mistero svelato

Si dice che sul Passo che sormonta il paese di Serpiano sorgesse un alberghetto per viandanti, potremmo dire un motel. Era uno dei tanti che erano stati costruiti per volere del duca d’Este signore di Ferrara e Modena sulla lunga via di epoca romana che sbucava a nord est nella zona di Varese Ligure. La storia racconta che era gestito da una ostessa assassina che derubava i ricchi mercanti facendoli cadere attraverso un sistema di botole nelle cantine dove atterravano su grossi puntali di ferro, squartandosi. Vicino all’albergo tra i tronchi di querce c’era un piccolo cimitero di croci che col tempo andava via via allargandosi. I corpi dei malcapitati, dicono i racconti degli anziani, solo in parte finivano nella terra. Pezzetti di carne e grasso insieme a sangue rappreso divenivano gli ingredienti dei piatti preparati dall’ostessa. Tutto finì dopo la novantanovesima vittima. Un frate era capitato nell’ostello e mentre mangiava il suo cucchiaio aveva sollevato dal fondo della zuppa un pezzo di unghia con brandelli di carne attaccata.

La fine di un incubo

Il frate fu l’unico ad uscire vivo dall’albergo del demonio, dice la storia. Arrivò correndo ad un piccolo agglomerato di case. Un gruppo di contadini aveva sentito il rumore della sua fuga nel bosco e si era allertato. Il frate riuscì a convincerli a seguirlo. L’ostessa fu massacrata e bruciata insieme all’albergo e i novantanove resti di corpi umani furono recuperati. Vennero i preti dai paesi vicini a benedire tutta la zona, a dare degna sepoltura ai corpi. La gente si riunì spesso in lunghe veglie di preghiera notturna proprio dove secoli più tardi sarebbe sorta la piccola cappella visibile ancora oggi e a quei boschi fu ridata la pace, così almeno si pensa.

Una veduta del passo con la chiesetta votiva

Una veduta del passo con la chiesetta votiva

I contadini lasciarono a memoria una lapide con novantanove croci, più una croce dedicata al frate che aveva permesso con il suo coraggio il rinvenimento di quell’orrenda vicenda e la fine di un incubo.

Verità o leggenda?

Sono state tramandate altre versioni di questa storia, alcune parlano di una coppia di albergatori killer, altre raccontano di banditi, di finte confraternite di frati, ecc… . Ma questa ci è sembrata quella più suggestiva, soprattutto se si pensa che sempre nella provincia di Modena, abitava dal 1894 al 1970 una delle più famose serial killer donna d’Italia: Leonarda Cianciulli, la Saponificatrice di Correggio, che confessò di aver distrutto i corpi delle sue vittime con la soda caustica per farne saponette. Non solo. Si seppe che conservava il sangue per preparare biscotti con il cioccolato da servire ad amici e conoscenti. E questa di sicuro non è leggenda. È Storia criminale del Paese. Nel volto della Cianciulli ci sembra di ravvisare quello della nostra ostessa, nelle parole dell’una, la voce dell’altra: «Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita». (Tratto dal Memoriale di Leonarda Cianciulli, raccolto in carcere).

Dunque verità o leggenda? Non risponderemmo mai ad una domanda tanto ingenua. Per questo mese ci limitiamo ad augurarvi buone passeggiate nei boschi e sfiziosi spuntini!

Daniele Modica

Daniele Modica

2 Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.