La seduta

E’ stata un’esperienza terribile, che vorrei non aver fatto. Ma l’ho fatta. È partito tutto come un gioco. Poi ci è sfuggito di mano. Quello che è successo quella sera ci aveva talmente sconvolti che nessuno di noi riuscì più a parlarne. In qualche modo avevamo varcato un confine che doveva – deve – rimanere chiuso”.

Sara D.

La seduta

QUESTA SECONDA PUNTATA di Gotico Italiano si apre con l’immagine di una persona seduta su un’anonima panchina di un anonimo parchetto in un anonimo angolo della nostra penisola.

Cosa fa quella persona? Aspetta. E’ lì ferma in attesa, una silhouette scura contro un cielo che minaccia tempesta. Quel profilo scomposto appartiene a me, che sono arrivato un po’ in anticipo al mio appuntamento con l’assurdo. Ho seguito l’incubo di questa puntata a bordo di una vecchia Fiat scassata, dal colore troppo oltraggiato dal tempo per sembrare effettivamente rosso. Mi sono messo in macchina e sono partito in direzione nord est e mi sono ritrovato in un tranquillo villaggio nelle sperdute lande venete.

Ora l’ombra nera sulla panchina si guarda intorno, pensa a cosa dirà, a come sarà il racconto del testimone oculare dell’orrore, le rivelazioni di quella donna che aveva partecipato, con gli altri, a quella seduta spiritica iniziata per gioco. Possiamo dire solo una cosa intanto: un gioco non fu per niente, comunque la si pensi.

QUESTA SECONDA PUNTATA di Gotico Italiano continua con una seconda immagine. Si tratta di una donna sulla cinquantina. I capelli rossi e ricci le arrivano alle spalle. E’ seduta al tavolo di un ristorante vuoto. Tutte le tavole sono imbandite e pronte per accogliere i clienti che passeranno da lì all’ora di cena. Ora riflettendoci le sembra tutto un gioco di attese: il lavoro, le giornate, la vita. Poi inizia a parlare alla persona che si trova di fronte a lei e che è la stessa che poco prima aspettava su quell’anonima panchina nel parco (e cioè il sottoscritto). Perché infrangere oggi quel segreto che si portava dentro da tanti anni? Di preciso non lo sa, ma si sente pronta. Purché, ed è stata molto chiara su questo, non venga fuori il suo nome, il nome dei suoi amici, protagonisti della storia, e ogni altro preciso riferimento. Promesso: inventerò nomi di fantasia. Parlerò di una certa Sara, che è lei, proprietaria di un locale nel paesino veneto di F. e limiterò il mio intervento alla semplice sbobinatura dell’intervista che ha avuto luogo quasi un mese fa. Anche perché la storia è forte e si fa rispettare, senza bisogno di essere abbellita di orpelli letterari o infiocchettata in artifici narrativi.

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ORE 15.43 DEL 10 APRILE 2015, UNA DELLE STRADE PRINCIPALI DI F.

 

INIZIO DELLA REGISTRAZIONE.

 

Mi trovo nell’ampio salone di un ristorante. Non c’è nessun rumore, fuori passano pochissime macchine, quindi mi auguro che le nostre voci si sentano bene. Di fronte a me, dall’altra parte del tavolo apparecchiato, si trova Sara.

Sara grazie di avermi accolto qui.

Prego, è un piacere.

Senta Sara, se faccio domande a cui non se la sente di rispondere o ci sono cose che non vuole dire non ha che da fermarmi. Non si faccia scrupoli d’accordo?

D’accordo.

Tramite amici di amici, sono venuto a sapere che lei è stata protagonista di un evento paranormale sorprendente. Volevo incontrarla perché desideravo guardarla in faccia e sentirlo raccontare direttamente da lei. Intanto le chiedo: perché non lo ha mai rivelato a nessuno fino ad oggi?

Non è stato molto facile per me. In realtà non lo è stato per nessuno di noi…

Quando dice noi, intende lei e i suoi amici, giusto?

Sì, insomma tutti quelli che hanno preso parte alla vicenda.

Continui pure.

Sì, dicevo che è stato sempre difficile per noi, per me… Per molto tempo non ho voluto neppure pensarci. E tra noi che eravamo coinvolti non se n’è più parlato. Certe cose sarebbe meglio non saperle, lo capisco solo ora. Ci sono confini che non vanno oltrepassati. Come quello tra i vivi e… insomma, i morti ecco.

Veniamo al punto lei e i suoi amici di paese, quando avevate circa 20 anni, quindi più o meno trent’anni fa, avete deciso di fare una seduta spiritica. E non saremmo qui a parlarne se non fosse successo niente, se la cosa, come ha detto lei, non vi avesse preso un po’ la mano, no? Cominci dall’inizio.

D’accordo. Nacque tutto per gioco, sa com’è. A volte ci si annoia e quando si è giovani e stupidi si trovano i passatempi più impensabili. Oggi molti, che ne so, si drogano, magari. Noi decidemmo di fare una seduta spiritica. Era il 26 dicembre del 1985. Ci eravamo trovati al bar del paese, senza nessun programma se non l’uscita in tarda serata per recarci al cinema. Eravamo in sette, quel giorno. Uno dei nostri amici, Giovanni, raccontava dei suoi giorni di leva nell’esercito. Ad un certo punto rivelò di un suo compagno di stanza, che alla sera in caserma raccontava a tutti di essere in grado di cadere in trance e di avere esperienze particolari… paranormali. A volte dava pure qualche dimostrazione, ci diceva Giovanni. Ad un certo punto qualcuno dei ragazzi ha proposto: proviamo a fare una seduta spiritica! Improvvisamente c’eravamo rianimati, era proprio un bel diversivo. Abbiamo cominciato a preparare l’occorrente.

Tipo?

Beh innanzitutto ci serviva un posto. Ma quello è stato abbastanza semplice perché fuori dal centro verso le campagne c’era una casa abbandonata. Non diroccata, solo dismessa. Dentro c’era ancora una caldaia, sicché spesso ci andavamo a passare le serate d’inverno. Poi la Lucia, che amava tutto quello che aveva a che fare con astrologia, predizione, cose strane, ha preparato un cartellone con le lettere dell’alfabeto e i numeri, simile alle tavole ouija. Qualcun altro è riuscito a recuperare un bicchiere, un calice ricordo, di quelli da vino rosso. Alle 16 di quello stesso pomeriggio, giorno di santo Stefano, mentre già il sole cominciava a calare, eravamo pronti in cerchio intorno ad un tavolo della vecchia casa abbandonata, immersi nella penombra ma con tante candele sistemate intorno a noi. Tutti in piedi con l’indice puntato sul fondo del calice capovolto e appoggiato sul cartellone con le lettere e i numeri.

Qualcuno di voi toccava in qualche modo il bicchiere o il tavolo?

Ecco, mi aspettavo questa domanda. Ovviamente la risposta è no. Nessuno toccava il bicchiere, eravamo un gruppetto di persone e a parte noi non c’era nessun altro per chilometri. E quindi nessuno poteva neppure fare il furbo nascondendosi sotto il tavolo o che so io.

Cosa è successo?

Lì per lì non è avvenuto niente. Infatti ci prendevamo in giro e facevamo un gran ridere. Poi la Lucia, che diceva di intendersene, ha proposto di concentrarci tutti sul volto di una persona morta da poco, qualcuno che avessimo conosciuto tutti e di invocarlo mentalmente. Mio cugino Sandro era morto tre anni prima. Io e il mio gruppo eravamo molto legati a lui, perché, anche se era più grande, eravamo cresciuti insieme e avevamo sofferto molto per la sua scomparsa. Insomma abbiamo cominciato tutti a pensare a lui.

E che successe?

Il calice tremò. Si mosse. Da solo. Fu… sconvolgente. Eravamo tutti senza fiato, bloccati dallo sbigottimento e dalla paura. Era una cosa che nessuno in realtà credeva potesse succedere al di fuori della fantasia. Ci si gelò il sangue. Ma purtroppo questo fu solo l’inizio. Per una strana sensazione che ti porta a continuare, anche quando sai che sarebbe meglio smetterla, rimanemmo lì immobili. Adesso lo racconto così, ma avvenne tutto in un attimo: quel maledetto bicchiere tremò, poi si spostò su una lettera. E continuò di lettera in lettera, lentamente. Ma eravamo troppo impauriti per seguire l’ordine delle lettere e indovinare il messaggio.

Secondo lei chi fu a muovere il calice?

Non ho bisogno di supporlo. Lo so. Lo so perché appena ci fummo un po’ ripresi qualcuno, forse proprio la Lucia, propose di stare “al gioco”. Disse che uno spirito voleva parlare con noi e quindi dovevamo fargli delle domande.

Mi sembra affaticata, Sara. Vuole che interrompiamo per prendere una boccata d’aria e bere qualcosa?

No, è solo un po’ di emozione. Le domande. Quella fu la parte che ci terrorizzò di più. Non avremmo dovuto chiedere. Ma ormai la miccia era innescata e noi eravamo come incantati. Quella sera ci ritrovammo tutti a piangere, qualcuno di noi ebbe crisi anche più violente. Ricordo che io e Cristina, un’altra amica, vomitammo due volte. Mmm, beh magari potremmo fermarci un attimo, sì. Solo qualche minuto.

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FINE REGISTRAZIONE ORE 16.

ORE 16,20. INIZIO NUOVA REGISTRAZIONE.

La signora S. ha sentito il bisogno di interrompere un po’. Ora se se la sente possiamo continuare.

Sì certo scusate.

Nessun problema. Dunque siamo rimasti al momento in cui eravate tutti lì in cerchio intorno al tavolo dentro una casa abbandonata immersa nella campagna. Tutti lì con il dito puntato (ma non appoggiato) verso il calice. La signora… Lucia, se non sbaglio, propose di proseguire e di porre delle domande a questa… chiamiamola entità. Quale fu la prima domanda che poneste?

Prima di tutto, chi sei? Il bicchiere si spostò lento sul cartellone e andò ad indicare le varie lettere S, poi A, poi N-D-R-O. Alcuni tra di noi cominciarono a piangere. Ma volevamo essere sicuri che si trattasse proprio di mio cugino morto.

Chi altri avrebbe potuto essere?

Beh sapevamo che quando si invoca un’entità, come l’ha chiamata lei, può succedere che altri spiriti si intromettano per poter comunicare.

Quindi, stando a quanto mi dice, anche uno spirito non proprio buono poteva intromettersi?

Sì, certo. Ho capito cosa vuole chiedermi: se un demone o uno spirito cattivo avesse potuto prendere il controllo della situazione. Beh, che io sappia sì, in quei casi bisogna intervenire con degli esperti, medium o addirittura esorcisti.

Quindi era indispensabile identificare l’entità. Come avete fatto?

Abbiamo cominciato a porgli domande che solo lui poteva conoscere. Informazioni sulla sua famiglia, l’età di suo padre, i suoi giochi preferiti da bambino, quello che era successo in passato. Rispose in modo esatto e ricco di particolari a tutte le nostre domande. Ad un certo punto ci convincemmo.

Insomma secondo lei si trattava realmente di suo cugino Sandro, morto tre anni prima?

Sì. Uno di noi gli chiese: Come stai? E lui rispose muovendo il bicchiere e componendo la parola M-A-L-E. Perché stai male?, sussurrammo. Ricordo ancora quelle parole che ci gelarono, che ci fecero contorcere le budella e paradossalmente ci legarono al tavolo ancora di più. Disse che stava male perché aveva sempre caldo, un caldo orribile e soffocante. E sete, parlò di una grande sete. Diceva che c’era sempre tanto fuoco lì dove si trovava.

Dove si trovava?

Non lo so, non era chiaro. Non riuscivamo a capire. Ad un certo punto fu proprio lui a prendere l’iniziativa senza che noi avessimo il coraggio di porgli altre domande. Compose la parola FRANCESCA. Francesca era una delle amiche che era lì con noi in quel momento. Ci girammo subito verso di lei. Era bianca in viso, pensavamo non reggesse, era spaventata e stupita. Perché ci hai detto questo nome? Gli abbiamo domandato. E lui ci risposte: perché lei è quella che ha più paura oggi. Allora Francesca scoppiò a piangere e noi capimmo che lui poteva anche leggerci dentro, o per lo meno capire le nostre emozioni.

Vi disse altre cose quel giorno?

Un mucchio di cose. Ma non le ricordo tutte. Ricordo bene però una cosa che mi sembrò molto strana allora, e forse mi sembra strana ancora oggi. Ci raccontò che lì dove stava (non capimmo bene di che luogo si trattasse) aveva fatto amicizia con un ragazzo morto, tumulato al cimitero di C., un paese qui vicino. Ci chiese di andare a trovarlo ogni tanto. Ma nessuno di noi, che io sappia, ci andò mai. Poi ancora una volta prese lui l’iniziativa, lo spirito, e ci disse il nome di un altro ragazzo, un suo amico di gioventù che noi conoscevamo bene, ma che non era lì con noi quel giorno. Prima che potessimo chiedergli il motivo, sentimmo battere alla porta di ingresso. Ricordo che ci fu difficile trovare il coraggio per andare ad aprire. Giovanni si mosse per tutti, aprì la porta e si trovò davanti proprio il ragazzo che lo spirito aveva nominato. Ci cercava per unirsi a noi per la serata, qualcuno al bar gli aveva detto che ci avrebbe trovati alla casa abbandonata. Ma noi lo mandammo via, per non coinvolgerlo. Insomma, il morto ci aveva preannunciato la sua venuta.

Cerchiamo di capire un po’ le tempistiche di quel giorno.

Guardi io non so dirle bene i vari passaggi. So di preciso che cominciammo alle 16 e uscimmo dalla casa alle 22, sconvolti e senza forze.

Alle 22?! Cioè la seduta durò sei ore?

Sì, il fatto è che non sapevamo più come interrompere. Non eravamo degli esperti e non sapevamo come rimandare indietro lo spirito. Tutte quelle ore ci stavano consumando e non ne potevamo più. La comunicazione durante una seduta è molto lenta, dato che tutte le risposte avvengono tramite lo spostamento del bicchiere.

Quindi alla fine come avete concluso?

Nel modo peggiore, credo. Giovanni spense le candele e spinse il bicchiere per rovesciarlo. So che è una cosa che non andrebbe mai fatta, ma, ripeto, non sapevamo come fare, ne ci eravamo preoccupati di una eventualità simile dato che non credevamo potesse accadere. Di fatto tutto finì appena girammo il bicchiere. O per lo meno credo.

Senta mentre la ascoltavo mi chiedevo una cosa: che spiegazione si è data del fatto che vi sia successa una cosa simile e in maniera così immediata. Ci sono medium che si allenano per anni per cercare un contatto del genere.

Sinceramente? Non ne ho idea. L’unica spiegazione che mi sembra plausibile è che qualcuno di noi avesse un qualche tipo di sensibilità e non lo sapesse. Che ci fosse qualcuno di noi portato, o con una sorta di potere in quel senso, e che questo ci avesse fatto da conduttore energetico, se così si può dire.

Lo rifarebbe?

Mai al mondo. No.

Perché?

Credo che sia perché ho provato molta paura, una sensazione indescrivibile che ho ancora addosso e che non riesco a spiegare. E poi perché so che poteva andarci molto molto peggio, se capisce cosa voglio dire.

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REGISTRAZIONE TERMINATA

 

I protagonisti di questa storia oggi vivono quasi tutti nel paesino di F. Qualcuno se n’è andato. Molti dei presenti quella sera, oggi non si salutano neppure. Quel segreto tra di loro in qualche modo li ha allontanati, li ha fatti perdere. Nessuno ha più voluto indagare o cercare di spiegarsi quei fatti, nessuno ha mai più voluto riparlarne.

A microfoni spenti, Sara mi ha fatto un’ultima rivelazione: lo spirito ad un certo punto ha cominciato a raccontare ai ragazzi molte cose del passato, anche inerenti alla cronaca nazionale. Una di queste Sara la ricorda molto bene, una rivelazione su uno dei fatti di sangue di cui si parlò molto in Italia e che ancora oggi è un mistero irrisolto. Avrei voluto raccontarla qui, ma insieme a Sara ho deciso di ometterla perché potrebbe creare problemi. Per il resto ho trascritto tutta la registrazione parola per parola.

Bene, cari lettori, questo fine settimana, se non sapete cosa fare, non datevi appuntamento in una casa abbandonata, non prendete un bicchiere, non rovesciatelo su una tavola ouija, non pensate a nessun defunto, non domandate e non rispondete. Questo fine settimana, amici lettori, beh… andate semplicemente al cinema. Ma se non siete convinti, tranquilli: i morti vi aspettano, seduti su un’anonima panchina nell’anonimo parco di una qualsiasi delle vostre città. Loro lo sanno che, alla fine, è tutto un gioco di attese la vita.

La seduta 2

Daniele Modica

Daniele Modica

Un Commento

  1. Un racconto avvincente… ma è tutto vero?!? Comunque l’ho letto molto volentieri!

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