Il suono magico

Il suono magico 1I pellerossa sono un popolo che ha subito dai coloni le più assurde nefandezze che si siano mai viste nella storia umana. Sono ancor più gravi perché avvengono in un’epoca in cui libertà, uguaglianza e rispetto sono stati già riconosciuti come rotaie su cui far marciare il treno della storia. Il macchinista non dev’essere eccezionale, considerando che il convoglio è deragliato e questi temi sono stati spazzati via come foglie dal vento.

«L’uomo che sedeva per terra nel suo tepee, meditando sulla vita e sul suo significato, accettando la sua parentela con tutte le creature e rendendosi conto della sua unità con l’universo, stava infondendo nel suo essere la vera essenza della civiltà».
Capo Luther Orso In Piedi (Sioux)

1854. Far nascere una guerra per il contenzioso di una mucca, talmente vecchia da non essere nemmeno più adatta a fare il brodo, non è segno di lungimiranza. I pellerossa avevano da tempo accordato il transito dei coloni nelle loro terre in cambio di rifornimenti che però tardavano sempre ad arrivare. Successe che la mucca in questione si allontanò dal pascolo e finì per imbizzarrirsi tra i tepee del villaggio di Orso Che Conquista, capo Lakota Sioux. I pellerossa furono costretti ad abbattere l’animale. Ad ucciderlo fu Fronte Alta, appartenente a un’altra tribù e in quel momento loro ospite. Il proprietario della mucca, un Mormone, si rivolse al forte della Cavalleria di Fort Laramie per ricevere l’indennizzo che si aspettava ma gli furono offerte un paio di bottiglie di whiskey: per loro cultura i Mormoni ripudiano l’alcol. Perciò spedirono ad incontrare il capotribù un certo tenente Grattan, un galoppino con smania di carriera. Orso Che Conquista offrì subito una somma di 25 dollari, a quei tempi una cifra ingente, per risarcire il Il suono magico 3Mormone ed evitare problemi. Nonostante ciò, il tenente gli intimò di nuovo di consegnare il colpevole. Orso Che Conquista cercò di spiegare che non poteva consegnare Fronte Alta perché era suo ospite, in quanto appartenente a un’altra tribù e non ricoprendo su di lui il ruolo di capo, non poteva prendere decisioni sul suo conto. Al ché Grattan insultò gravemente i suoi interlocutori che faticarono a tenere a bada gli animi surriscaldati dei loro guerrieri. Ora, mi sarei surriscaldata anch’io, ma Orso Che Conquista voleva assolutamente evitare che una controversia perfettamente risolvibile con un minimo di buon senso, finisse nel sangue. Soprattutto a fronte di un risarcimento in effetti non dovuto. Non fu così per il tenente che passò alle brutte, sparando una cannonata da 12 libbre dritta dritta sui guerrieri Lakota. Orso Che Conquista morì sul colpo, i soldati dell’esercito americano tentarono di fuggire ma furono sterminati. Sopravvisse soltanto un soldato tedesco che riuscì a tornare al fronte per raccontare l’accaduto e morire di lì a poco.

L’ho fatta breve, perché ci sarebbero da approfondire numerosi aspetti della vicenda, non ultimo che i pellerossa erano abbondantemente a credito nei confronti dei bianchi. Comincerà una guerra di vent’anni, alla fine della quale i Sioux saranno sterminati, nonostante le eroiche gesta di Cavallo Pazzo. E comunque, già secoli prima i Conquistadores avevano provveduto a violentare questi popoli in maniera selvaggia e gratuita.

«L’amore cresce dalle radici del rispetto».
Anonimo Cherokee

Ho approfittato di una lunga introduzione per spiegare che la violenza non è il tema di punta della cultura pellerossa. Ogni rito violento, quale la caccia o la guerra, è sempre visto come una cosa strettamente necessaria. E’ vero che si onoravano i nemici in battaglia, come è vero che la caccia al bisonte era un’arte in cui perdevano la vita molti guerrieri e soprattutto i capi abbattuti non eccedevano mai, e ripeto mai, il bisogno effettivo delle famiglie. Alla base di tutto c’era il rispetto. Il rispetto per il Grande Spirito e la Natura.

La nostra è una rubrica che tratta di musica, ma la musica non può essere scissa dalla cultura di un popolo. E la cultura di un popolo è data anche dalla sua storia. Per questo stiamo apparentemente divagando. Ho dovuto contestualizzare un concetto come quello della violenza perché la musica pellerossa è spesso legata a riti atti a risvegliare lo spirito guerriero. Sto dicendo che la guerra aveva un significato molto meno superficiale per queste popolazioni, rispetto al nostro. Tanto per farla breve, il lucro, l’avidità e il potere non erano i motivi che spingevano i pellerossa al conflitto.

«La guerra non è scaturita qui… la guerra è stata portata qui…».
Coda Maculata

Il suono magico 2Uno dei punti cardine della cultura pellerossa è la Natura. Con le forme, i suoi odori, i suoi colori e soprattutto i suoni e il silenzio. I pellerossa erano portati ad ascoltare, molto abili nel riconoscere a parecchia distanza cosa stesse accadendo in un luogo, solo appoggiando un orecchio al suolo. Non è una leggenda. I suoni della natura costituiscono la sua voce. Il Grande Spirito ha designato l’uomo a prendersene cura.

«Non abbiamo mai pensato che le grandi pianure, le catene montuose, i fiumi dalle rive folte di vegetazione fossero luoghi “selvaggi”»
. Capo Luther Orso in Piedi, Lakota.

I simboli della cultura pellerossa sono tutti strettamente connessi al legame con la Madre Terra. Eseguivano riti in cui si mettevano in contatto con gli spiriti e vi si svolgevano danze al ritmo di tamburo, uno degli strumenti principalmente legati al contesto sacro.

Con il tamburo si praticava la magia del rumore. Esso facilitava il collegamento con il mondo degli spiriti, allontanando quelli malvagi che facevano ammalare anima e corpo.
Accompagnavano le danze rituali con un ritmo sincopato arricchito dal suono di guanti rivestiti da becchi di uccelli che oscillando producevano suoni tintinnanti. Litanie aiutavano a raggiungere lo stato di trance.
Il materiale con cui veniva costruita la cassa del tamburo non era scelto a caso, era lo spirito stesso ad indicare quale fosse il più adatto a riprodurre il “suono magico”, ovvero quel suono che avesse la giusta risonanza con l’altro mondo e che permetteva il contatto con lo spirito.

Altro elemento importantissimo delle musiche che accompagnavo i rituali pellerossa è un flauto a sei buchi. La precisazione non è casuale. Il flauto rappresentava il suono del “vento che soffia la vita nel cuore”. Quattro buchi simboleggiano i venti, i rimanenti due, la terra e il cielo.

Il rapporto con gli spiriti era fondamentale per avere la giusta condotta con ciò che li circondava. Non erano padroni, ma custodi.

«Nascere come esseri umani su questa terra è una sacra verità. Noi abbiamo una particolare responsabilità per il dono speciale che abbiamo ricevuto, che è oltre quello delle piante, dei pesci, dei boschi, degli uccelli e degli altri esseri viventi sulla terra. Noi siamo tenuti a prendercene cura.».
Audrey Shenandoah (Onondaga).

Il silenzio era un profondo segno di rispetto. Esso da origine al pensiero, tanto che era bene non rispondere all’interlocutore senza prima aver fatto una pausa.

«Il pensiero sorge prima della parola».
Capo Luther Orso In Piedi (Sioux).

Purtroppo la cultura pellerossa non è arrivata integra ai giorni nostri. Molti rituali sono stati loro vietati e ancora oggi, sebbene alcuni siano stati in parte ripristinati, sono costretti a svolgerli in segreto.

Siamo senz’altro di fronte a una tradizione basata realmente su concetti e valori quali onestà, rispetto e ripudio di quella che è ogni forma di potere o ricchezza materiale. Una visione lungimirante della sopravvivenza che purtroppo è stata spazzata via da ignoranza e smania di conquista proveniente da terre lontane e già minate da un sistema che funziona con l’arroganza e la prevaricazione.

Ci sono molte citazioni pellerossa che ho dovuto escludere a malincuore. Con poche parole raccontano un mondo. Molte sono lapidarie e fanno davvero riflettere su ciò che è stato il loro sterminio.

Il popolo pellerossa è energico, saggio, lungimirante e di un’apertura mentale straordinaria che esprime concetti universali e sempre attuali, in alcuni casi purtroppo.
Concludo citando una frase di Uncheeda (Santee Siou):

«Quando vedete una nuova traccia o una nuova impronta che non conoscete, seguitela fino al punto di conoscerla».

Il suono magico 4

Fonti: Gli Spiriti non dimenticano, di Vittorio Zucconi
Foto: Calendario Pellerossa, Edizioni Il Punto d’Incontro.

Giovanna Cardillo

Giovanna Cardillo

Sono Giovanna. Da anni m’interesso di musica, che scrivo e soprattutto ascolto. Ho esperienza come musicista nel teatro terapeutico e ho studiato Culture e Tecniche della Moda. Mi innamoro di tutti i gatti che vedo e ho sposato appieno la loro filosofia di vita. Anzi, tutte le loro sette vite!

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