Femme Fatale

La nuova puntata di Gotico Italiano in occasione delle festa di Ognissanti e dei morti.
Forse dovremmo dire
Halloween per obbedire alle mode della globalizzazione. Ma la storia che proponiamo ci è stata raccontata da un’anziana signora emiliana che non conosce tradizioni celtiche d’importazione. Questa è una storia di morti, una di quelle classiche che si tramandano in paese per dimostrare che le cose strane o impossibili a volte possono accadere. Eccome.

FEMME FATALE

Here she comes
you better watch your step
She’s going to break your heart in two”
(Velvet Underground)

Femme fatale 1

Due uomini scavano una fossa

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La storia finisce sempre così. Ci sono due figure di uomini contro il cielo color acciaio. Stanno scavando faticosamente un terreno già duro, nonostante l’inverno non sia ancora arrivato. È appena l’alba e nel cimitero non c’è nessuno. Bombe di terra umida si schiantano nel biancore diafano dell’alba autunnale.

I due uomini hanno il fiato corto, i capelli bagnati di sudore. Nascosti nella buca, sollevano un lato della cassa di legno e lo fissano ad una cordaccia sporca. Poi issano la bara: uno che tira, l’altro che spinge. Silenziosi, a parte il fiatone. Come temessero di svegliare qualcuno.

Il ferro mezzo arrugginito di un piede di porco si conficca nel legno.

La cassa si apre, liberando miasmi di decomposizione. Le due figure sulle prime indietreggiano, si riparano la faccia con le mani, poi si sporgono per guardare l’interno, ancora presi nella morsa di quel dubbio atroce che li ha portati fin lì.

Quello che vedono è indescrivibile, azzera i pensieri, frantuma le parole sul nascere, sarà impossibile da dimenticare.

Così finisce questa storia. Tutte le volte.

E quando la si racconta, intorno alle braci nelle vecchie case scure, nel paesino di V., ogni benedetto giorno dei morti di ogni anno che Dio manda in terra, si spiega che è un fatto vero, tramandato dal padre, o dal nonno.

Che quindi non c’è da dubitare. Che c’è da ascoltare muti fino a questo finale e poi andare a letto.

Così ci è stata raccontata questa storia da chi ancora la ricorda. Una anziana signora appollaiata sulla logora poltrona di un salottino stinto. Parla lentamente di cose che sono state. Intorno a noi una casa vecchia perennemente immersa nell’ombra. Soffitti alti. Tendine alle finestre troppo piccole. Un villaggio della campagna padana.

Un povero diavolo

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Il fatto successe a Lucio, di professione bracciante. <Adesso non c’è più, poveretto – ci spiega Marisa T. residente a V., provincia di Reggio Emilia, che ha accettato di raccontarci questa storia -. È sempre stato un povero diavolo, il Lucio. Un gran lavoratore però>.

E quando gli mancava l’occupazione, in quei lunghi pomeriggi autunnali quando ormai i lavori dei campi erano finiti, si rincantucciava in osteria e non ce lo schiodavi più. Al mattino passava al bar, caffettino corretto, partita a carte. Poi verso le cinque del pomeriggio a bere fino all’ora in cui le sue membra cedevano al sonno e allo sconforto. <Non era avanzata neppure uno straccio di donna che lo volesse – continua Marisa T. -. Una donna che lo sapesse tenere, ecco cosa gli ci voleva. Non era riuscito a sistemarsi e da solo si era lasciato andare. Si era sempre un po’ dannato l’anima per questo fatto>. Insomma Lucio era un povero diavolo.

Non si dice nient’altro su di lui.

Non in questa storia.

L’ultimo caffè

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La mattina grigia di fine ottobre in cui ha inizio il racconto, dal bar del paese entra una sconosciuta e Lucio rimane bloccato al bancone con la tazzina del caffè in mano per qualche secondo prima di ricordarsi di serrare la bocca. Quella donna lo incanta, non può fare a meno di guardarla. Così mora, con la pelle chiara, gli occhi penetranti. La sconosciuta è visibilmente più giovane di lui. È di una bellezza fragile, incerta. Ma possiede qualcosa, un non so che. Insomma a Lucio piace. E molto.

Femme fatale 2Così comincia a parlarci e lei sembra starci. Si lascia avvicinare lì al tavolo del bar, lascia che lui la corteggi, le racconti cose, le offra da bere. Poi ci sono certi sguardi fugaci tra loro, che sembra se la intendano già. E si parlano vicini, sotto il vociare volgare degli uomini ammassati ai tavolini, intenti al gioco. Fuori scorre la giornata, anche se sembra tutto immobile. Lei sorride, abbassa gli occhi, li rialza, ogni tanto gli prende la mano. E lui sente il contatto con quella pelle liscia e fredda. E intanto la giornata va avanti, anche dentro al bar, non li aspetta. Anzi s’affretta, le ore scoccano come frecce.

C’è tempo per l’ultimo caffè, poi lei deve andare, dice. Ma mentre la sconosciuta avvicina la tazzina alle labbra, qualcuno urta la sedia e il caffè caldo le schizza sulla maglia di pizzo bianco. Una macchia marrone si allarga nel tessuto all’altezza del cuore. Lei fa una smorfia di fastidio che la rende ancora più bella e Lucio la porta fuori.

La donna gli dice che adesso deve proprio andare. Lucio si offre di accompagnarla: <Dove abiti?>, le chiede. Lei gli sorride: <Vieni ti faccio vedere>.

Una casa tra le croci

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Camminano fino alla fine del paesino e oltre. Prendono una strada in mezzo ai campi. Mentre il pomeriggio comincia a scurire, sbucano davanti al cancello del cimitero. Lei fa per entrare. Lucio la ferma, la guarda come dire che fai?. Lei sorride tranquilla.

Quando gli dice che vive dentro al cimitero, Lucio prova pietà e fastidio insieme. La sconosciuta deve essere la figlia del becchino, o al massimo la sorella non sposata, rimasta a vivere nella casa del custode. Eppure non si ricorda di averla mai vista da nessuna parte in paese.

Lei si incammina tra le croci e le lapidi bianche verso la casa che svetta al centro di una raggiera di viali. Fa in tempo a dirle: <Ci rivediamo?>. Lei si gira e sorride, ma non dice niente.

Rivelazione

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Passa un giorno, ma lei al bar non torna. E lui la vuole rivedere, a tutti i costi. Va al cimitero. È ancora buio, anche se un timido pallore sale all’orizzonte e la luna è una fossa stretta e profonda scavata nella parete densa delle nubi.

Il becchino scariola attrezzi e ramazze di qua e di là, tutto preso dai preparativi per le feste imminenti dei Santi e dei Morti, quando il camposanto si farà popoloso e bisbigliante. Ma per ora tutto è deserto. <Vorrei parlare con la donna che abita qui>, fa Lucio. <Nessuna donna abita qui, mia moglie è morta da molti anni>, spiega l’altro, che intanto appoggia la cariola a terra e si passa una mano sulla fronte sudata. Allora Lucio si fa pensieroso e decide di raccontare l’accaduto al becchino, che alla fine gli chiede: <Come era fatta questa donna?>.

Quando glielo spiega l’uomo prima paonazzo sbianca. <Venga con me>, riesce a dirgli. E insieme si imboscano tra le file di lapidi, angeli piangenti e croci di marmo. Sbucano nella sezione nuova del camposanto. <È questa la donna che ha visto?>, chiede il custode indicando una lastra conficcata nel terreno smosso. La fotografia sulla pietra appartiene a una donna ritratta a mezzo busto. È lei. Senza dubbio. È la donna che cerca. Sotto l’immagine la data della morte: 24 ottobre. Sette giorni prima.

La prova

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Ma Lucio non ci crede, pensa sia uno scherzo, urgono prove. Per capire. Per non impazzire. Così si mettono a scavare.

Ed eccole lì: due figure scure contro il cielo color d’acciaio e una luna cadavere già quasi svanita. Mentre l’alba tetra risorge dalla sua fossa al di là della pianura, i due uomini aprono la bara. Dentro c’è la bella sconosciuta del bar. Capelli neri, pelle bianca di morte, occhi infossati, non più bella. E poi c’è quella cosa che solo Lucio capisce e che gli si schianta contro come una bastonata. La salma indossa la stessa maglia di pizzo bianco che aveva al bar e lì, sopra il seno, c’è un alone marroncino. Una macchia di caffè.


Un ringraziamento alla signora Marisa T. di V., provincia di Reggio Emilia, per avermi raccontato quella che chiamerei leggenda, ma che Marisa riferisce come un fatto, perché lei ci crede, conosce personaggi e luoghi. Sa che è andata così. Più o meno.
«Succedono sempre cose strane qui a T. – mi dice –. Non sia tanto sciocco da noncrederci.»
Daniele Modica

Daniele Modica

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